Nella seconda metà dell’Ottocento l’elettricità non è soltanto una tecnologia destinata a cambiare il volto delle città e dell’industria. A partire dalle ricerche e dalle invenzioni che segnano l’inizio del secolo, prima fra tutte la pila di Alessandro Volta, diventa protagonista di una stagione di straordinarie sperimentazioni. Le sue applicazioni trasformano progressivamente le comunicazioni, l’industria e i trasporti, mentre cresce la curiosità intorno alle possibilità di questa forza ancora misteriosa e affascinante. Anche in medicina.
Il Libro del mese di ottobre, Documents et lettres autographes relatives aux guérisons opérées par les bains électro-chimiques del dottor Jean-François-Isidore Caplin, pubblicato a Londra nel 1864, ci porta proprio dentro questo clima di fiducia nelle possibilità offerte dall’elettricità. Il volume presenta il particolare sistema terapeutico dei “bagni elettrochimici” e raccoglie numerose testimonianze con cui Caplin intende dimostrarne l’efficacia.
Letto con gli occhi di oggi, il libro è soprattutto una testimonianza di un momento storico in cui elettricità, medicina e fiducia nel progresso si incontrano e alimentano aspettative straordinarie.
Una forza invisibile dai risultati tangibili
Nell’introduzione l’autore si rivolge direttamente al lettore e descrive l’elettricità come un fluido sottile, imponderabile e invisibile, conosciuto soltanto attraverso i suoi effetti. Con un’immagine particolarmente evocativa, Caplin la definisce il “fuoco sacro della natura”, una forza presente ovunque, capace di governare tanto il mondo celeste quanto quello terrestre e di agire all’interno dello stesso organismo umano.
Da questa concezione deriva la fiducia nelle sue possibilità terapeutiche. Nel suo stabilimento al 9 di York Place, Baker Street, a Londra, Caplin sostiene di poter impiegare l’elettricità per eliminare dall’organismo sostanze considerate nocive e intervenire così su patologie diverse, dalla paralisi ai reumatismi e alla sciatica. Sono interpretazioni che appartengono alla cultura medica dell’Ottocento, ma che permettono oggi di osservare quanto ampie siano le aspettative riposte nelle applicazioni dell’elettricità.
Ma come funziona un bagno elettrochimico?
Il procedimento descritto nel volume è suggestivo. Il paziente si immerge in una vasca di rame riempita d’acqua leggermente acidulata, accanto alla quale si trova una pila. Il polo negativo viene collegato alla parete interna della vasca, mentre il conduttore positivo rimane nelle mani della persona sottoposta al trattamento. La corrente, secondo Caplin, attraversa così l’intero organismo.
Ed è proprio questo aspetto a distinguere il bagno elettrochimico dalle altre applicazioni dell’elettricità: l’azione non si concentra su un singolo punto del corpo ma, secondo la teoria del medico, lo attraversa completamente, arrivando a espellere attraverso la pelle le sostanze estranee presenti nei tessuti.
Il principio prende spunto anche dai fenomeni osservati nell’elettroplastica. Nel libro viene ricordato il caso di un uomo che, lavorando con metalli e processi elettrochimici, soffre di ulcerazioni alle mani e nota la formazione di un deposito metallico immergendole in una vasca sottoposta all’azione della corrente. Da osservazioni di questo tipo prende forma l’ipotesi di applicare un procedimento analogo al corpo umano.
La vasca diventa così il punto d’incontro tra una tecnologia relativamente nuova, le conoscenze mediche del tempo e una fiducia quasi illimitata nelle possibilità dell’elettricità.
Quando l’elettricità sale sul palcoscenico
Ma il libro di Caplin ha anche un’altra particolarità. Una parte significativa dell’opera si rivolge agli artisti di teatro e d’opera.
Il motivo è molto concreto: per Caplin, mentre chi svolge altre professioni può talvolta essere sostituito in caso di malattia, l’artista dipende direttamente dal proprio corpo e dalla propria voce. Non poter salire sul palcoscenico significa mettere a rischio il presente, ma anche reputazione e carriera.
Ecco allora comparire nelle pagine del volume attori e cantanti che raccontano personalmente le proprie malattie e l’incontro con il medico.
Tra le testimonianze più estese c’è quella del baritono Leone Giraldoni. Il suo racconto assume quasi la forma di un’autobiografia: ripercorre i problemi di salute che lo accompagnano dall’infanzia e soprattutto le difficoltà alla voce che minacciano la sua professione. Alla ricerca di una soluzione attraversa l’Europa e consulta medici a Venezia, Roma, Livorno, San Pietroburgo, Barcellona, Bologna, Madrid e Parigi, sperimentando terapie differenti.
Nel lungo viaggio compare anche Torino. Prima di raggiungere Londra, Giraldoni si ferma in città e consulta un medico che gli propone un proprio metodo terapeutico. Anche questo tentativo si aggiunge alla lunga successione di cure che il cantante racconta prima dell’incontro con Caplin.
È infine un altro artista, Gassier, a suggerirgli i bagni elettrochimici. Giraldoni racconta di sottoporsi con costanza al trattamento fino a totalizzare sessantacinque bagni. Dopo la cura ritorna a Madrid e descrive la ripresa dell’attività teatrale come la prova del proprio ristabilimento.
Da una testimonianza medica emerge così qualcosa di più ampio: una geografia europea fatta di teatri, artisti itineranti, medici, nuove terapie e idee che circolano rapidamente da una città all’altra.
Un laboratorio dell’elettricità nel cuore di Londra
Anche lo stabilimento di Caplin racconta molto di questa stagione di sperimentazione. Le pagine del volume descrivono uno spazio che comprende tre sale, un laboratorio di chimica per le analisi, un’officina meccanica, attrezzature per la ginnastica e numerosi strumenti elettrici.
L’elettricità assume quindi una dimensione concreta e materiale: pile, vasche, conduttori e apparecchi permettono di rendere visibili e sperimentabili gli effetti di quella forza che Caplin descrive come invisibile.
Particolarmente curiosi sono anche gli aspetti più quotidiani dell’istituto. Nelle ultime pagine il volume presenta infatti un vero e proprio tariffario dei trattamenti. I bagni sono suddivisi in prima, seconda e terza classe, sono previsti abbonamenti da dodici sedute e le applicazioni locali dell’elettricità hanno un costo distinto. La terza classe è destinata alle istituzioni caritatevoli e alle classi lavoratrici, alle quali viene applicata una tariffa agevolata.
Accanto ai bagni elettrochimici compaiono inoltre bagni di vapore, applicazioni galvaniche, inalazioni di ossigeno e un sistema di ginnastica elaborato dallo stesso Caplin.
La parola ai pazienti
Caplin non affida però la dimostrazione del proprio metodo soltanto alle spiegazioni scientifiche.
Gran parte del volume è costruita attraverso lettere e testimonianze di chi frequenta il suo istituto. Persone diverse raccontano in prima persona le proprie condizioni, i trattamenti sperimentati in precedenza e i benefici che attribuiscono ai bagni elettrochimici.
La loro voce diventa parte integrante della strategia narrativa del libro: alle parole del medico si affiancano quelle dei suoi pazienti, chiamati a testimoniare direttamente ciò che ritengono di aver sperimentato.
Il libro è quindi allo stesso tempo una descrizione di un metodo, una raccolta di casi e uno strumento attraverso cui Caplin promuove la propria concezione dell’elettricità medica.
L’elettricità come promessa di futuro
A più di un secolo e mezzo di distanza, il fascino di questo volume non risiede nell’efficacia delle cure che descrive. Le spiegazioni fisiologiche e le promesse terapeutiche formulate da Caplin appartengono alla medicina e alla cultura scientifica del suo tempo e richiedono oggi uno sguardo storico e critico.
Il libro conserva però intatta la capacità di raccontare lo stupore suscitato dall’elettricità nell’Ottocento.
Quella forza invisibile, capace di produrre effetti tangibili e di aprire possibilità fino a poco tempo prima impensabili, sembra non conoscere confini. Entra nell’industria, nelle comunicazioni e progressivamente nella vita quotidiana. Nelle pagine di Caplin prova a entrare persino nel corpo umano.
Bains électro-chimiques racconta così molto più di una curiosa terapia ottocentesca. Attraverso vasche, pile, apparecchi, medici, cantanti e pazienti, restituisce una società che osserva una nuova tecnologia e cerca ancora di comprenderne pienamente le possibilità.